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Come si smaltiscono i calcinacci

By 27 Aprile 2017Servizi e Normativa

I rifiuti costituiti da calcinacci appartengono alla categoria 17 dei codici CER (rifiuti delle operazioni di costruzione e demolizione compreso il terreno proveniente da siti contaminati). Il testo di riferimento che regola lo smaltimento è il Decreto Legislativo del 3 aprile 2006,n. 152 a cui si devono attenere cittadini e aziende che hanno la necessità di smaltire i loro rifiuti.

I calcinacci sono classificati come materiali inerti, ovvero materiali che non subiscono alcuna trasformazione fisica, chimica o biologica significativa. La Direttiva 1999/31/CE spiega che “i rifiuti inerti non si dissolvono, non bruciano né sono soggetti ad altre reazioni fisiche o chimiche, non sono biodegradabili e, in caso di contatto con altre materie, non producono effetti nocivi tali da provocare inquinamento ambientale o danno alla salute umana”. Appartengono a questa categoria calcinacci, macerie, residui da demolizione e anche le terre e le rocce da scavo, regolate dal Decreto Ministeriale n. 161 del 10 agosto 2012 e dall’articolo 41 BIS del Decreto Legislativo 69/2013.

L’importanza dell’analisi dei materiali

Il primo passo è la classificazione dei materiali, che devono essere analizzati in maniera approfondita: alcuni verranno riciclati (se la normativa lo prevede anche in loco), altri verranno trasportati nelle discariche. I calcinacci possono essere raggruppati nel luogo in cui sono prodotti, il cosiddetto deposito temporaneo: questi rifiuti speciali devono essere avviati al recupero o allo smaltimento a cadenza trimestrale o se superano i 20 metri cubi. La fase di analisi è cruciale ai fini dello smaltimento, perché i prodotti della demolizione possono contenere anche rifiuti speciali pericolosi che vanno raccolti in contenitori idonei e come i rifiuti speciali vanno smaltiti con cadenza trimestrale o se superano i 10 metri cubi.
L’Unione Europea ha definito alcuni parametri per stabilire in maniera inconfutabile la linea di confine fra i rifiuti inerti e non inerti. Il test che viene effettuato è la percolazione, un processo chimico che consente di quantificare la capacità intrinseca del rifiuto di rilasciare sostanze chimicamente attive in ambiente. Secondo la normativa europea, è necessario valutare solo la parte “liberabile” e non il contenuto nella sua interezza. Per i terreni, l’autorità competente può accettare un valore limite più elevato. Se i rifiuti sono mescolati con metallo, amianto, plastica o sostanze chimiche che aumentano il rischio di contaminazione devono essere smaltiti in una discarica differente.

Il processo

Nel corso degli anni, la demolizione tradizionale (ovvero l’invio indiscriminato in discarica) è stata sostituita dalla demolizione selettiva, che permette di riciclare parte dei materiali e dalla demolizione controllata, che consente di suddividere i rifiuti in tre sotto categorie: frammenti inerti derivanti da frantumazione, vagliatura e deferizzazione, materiale metallico (separato mediante separatori magnetici) e rifiuti cosiddetti leggeri (carta, legno, plastica). La lavorazione dei materiali inerti può avvenire attraverso gruppi mobili di frantumazione o impianti fissi di trattamento. Gli impianti mobili consentono soltanto la riduzione volumetrica, mentre gli impianti fissi consentono di ottenere rifiuti omogenei, controllati dal punto di vista granulometrico e privi di sostanze pericolose. Al termine di questo processo, i materiali che non possono essere riciclati o impiegati nel cantiere di produzione vengono inviati alle discariche per lo smaltimento.

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