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La differenza fra rifiuti pericolosi e non pericolosi: il caso dei codici CER speculari

Alcuni rifiuti possono essere pericolosi o non pericolosi, a seconda del processo produttivo che li ha generati. La corretta identificazione è un momento cruciale nell’iter di gestione degli stessi e la legge ne affida la responsabilità al produttore.

La struttura del Catalogo Europeo dei Rifiuti: come identificare il corretto codice CER

La distinzione fra rifiuti pericolosi e non pericolosi non è sempre immediata. Un’errata identificazione può dar luogo a sanzioni a carico del produttore. Il momento dell’assegnazione ad un rifiuto del relativo codice CER è una tappa fondamentale dell’iter di gestione dei rifiuti, perché influenza tutte le scelte successive.

Il Catalogo Europeo dei Rifiuti, così come definito dalla Decisione 2000/532/CE, è il documento che stabilisce i criteri di classificazione dei rifiuti, associando a ciascuno un codice numerico identificativo (CER). Ogni artigiano, commerciante o imprenditore ha la responsabilità di attribuire agli scarti della sua attività il corretto codice CER, per consentire l’avvio ad un adeguato processo di recupero o smaltimento.

Il codice CER si compone di 6 cifre. Le  prime due qualificano la “famiglia”, ovvero la tipologia di attività produttiva che ha generato il rifiuto. I successivi due numeri, invece, dettagliano all’interno della famiglia un’attività più specifica, mentre la terza coppia identifica proprio la sostanza di scarto e la sua consistenza fisica (polvere, liquido, solido). La procedura prevede che, in sede di classificazione, si controllino prima le famiglie da 1 a 12 e da 17 a 20, poi, in subordine, quelle da 13 a 15. Solo come ultima istanza si può far riferimento alla famiglia 16, detta dei rifiuti fuori specifica, che ha valenza residuale.

I codici speculari o codici specchio

In sede di identificazione del rifiuto una delle difficoltà che viene in rilievo è quella legata ai cosiddetti codici CER speculari (o codici specchio). In generale i rifiuti si dividono in pericolosi o non pericolosi. Secondo la legge, però, alcune sostanze possono ricadere alternativamente nell’una o nell’altra categoria. Questo significa che il medesimo rifiuto, proveniente dalla stessa attività produttiva, può essere classificato a volte come pericoloso, altre volte come non pericoloso. A fare la differenza è, ancora una volta, l’attività che lo ha generato. Alcuni processi, infatti, possono aumentare o diminuire la concentrazione di una determinata sostanza all’interno del rifiuto, o causa la presenza al suo interno di elementi contaminanti. E’ il caso, ad esempio, degli esausti da stampa (toner, cartucce, ecc), che possono essere inseriti tra i pericolosi o i non pericolosi solo a  seguito di analisi chimica in laboratorio.

In questo caso la corretta conoscenza del processo produttivo, sostenuta eventualmente dall’esecuzione di analisi, è fondamentale per non incappare in errori che possono dar luogo anche a conseguenze gravi. In particolare, la legge sanziona severamente l’eventuale “declassificazione”, ovvero la catalogazione come non pericoloso di un rifiuto che invece è pericoloso. Ecco perché è importante affidarsi a professionisti specializzati nella gestione dei rifiuti.

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