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Sfogliare la carta è un gesto che profuma di storia e di leggenda

Sfogliare la carta, un gesto che profuma di storia

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La carta è una delle invenzioni più essenziali della storia dell’uomo e non è da intendersi esclusivamente nella sua accezione fisica: prima dell’avvento della tecnologia e per oltre diciannove secoli, è stato l’unico modo per tramandare informazioni che altrimenti sarebbero andate perdute. Popoli, stati, religioni. La carta è alla base della civiltà di ogni popolo e ne scandisce quotidianamente la memoria.

Verba volant, scripta manent recita il famoso proverbio. Alla carta è stato affidato il compito di imprimere nella memoria collettiva storie, racconti, aneddoti e curiosità. Mark Kurlansky li ha raccolti in un libro piacevole e di ampio respiro che indaga in maniera approfondita la storia della carta e della sua diffusione.

Kurlansky, giornalista e scrittore di successo, nel raccontare l’evoluzione della carta ripercorre la storia dei popoli e dell’utilizzo che ne fecero.

La storia racconta che la nascita della carta si deve a Cai Lun, un eunuco della corte cinese, che partendo dalla corteccia di un particolare tipo di albero (che in seguito prenderà il nome di gelso da carta) riuscì a ottenere una carta primordiale filtrandola in uno stampo di bastoncini di bambù: questo impasto non aveva nulla a che vedere con le pelli animali e il papiro utilizzati in precedenza.

Per oltre mezzo secolo, la produzione della carta rimase confinata in Oriente (Cina e Giappone) ma col passare degli anni, si diffuse in ogni angolo della terra. Ai tempi di Napoleone la carta assunse un ruolo strategico: non era soltanto il materiale su cui venivano stampati i giornali e le ordinanze militari, ma fungeva da contenitore per la polvere da sparo e da rivestimento per le cartucce.

L’Italia ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo della carta a buon mercato che nacque nell’XI secolo a Fabriano con l’invenzione di un martello azionato tramite l’acqua.

Negli ultimi capitoli del libro, Kurlansky affronta il capitolo delle nuove tecnologie ma si dice fiducioso sul futuro della carta, più facile da distruggere rispetto a tutti i documenti elettronici e capace di ritrovare nuova vita attraverso i processi di riciclaggio.

Romana Maceri si occupa di smaltimento e riciclaggio della carta

Le tipologie di carta che si possono riciclare

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Fra le diverse tipologie di rifiuti, la carta è il materiale che più si presta al riciclaggio. La cellulosa, componente essenziale della carta, può essere infatti riutilizzata per produrre nuova carta e questo comporta non solo un risparmio notevole dal punto di vista energetico e idrico, ma anche e soprattutto un vantaggio in termini ambientali: la deforestazione infatti è tra le cause principali del surriscaldamento globale.

Non tutte le tipologie di carta possono essere riciclate e l’organo di riferimento in termini di smaltimento e riciclaggio della carta è il Comieco, il Consorzio Nazionale Riciclo degli Imballaggi a base cellulosica che fa parte del CONAI.

La trasformazione da carta da macero in materia prima può avvenire solamente in caso di carta non contaminata da sostanze tossiche o comunque nocive.

Non possono essere riciclati fazzoletti sporchi, tovaglioli, carta plastificata e carta da disegno e ogni tipo di carta contenente elementi sintetici e non cellulosici come la carta d’alluminio, ecc….

Può essere riciclata la carta dei giornali, delle riviste, dei fumetti e dei libretti delle istruzioni. Per quanto concerne il cartone, possono essere sottoposti al processo di riciclo gli imballaggi degli elettrodomestici, i cartoni del latte, i contenitori in tetrapak, le scatole delle scarpe e quelle del dentifricio, ecc….

Come avviene il riciclaggio della carta

Durante il processo di riciclaggio, circa il 95 per cento del rifiuto cartaceo viene trasformato in nuova carta e con il susseguirsi dei processi, la carta perde la consistenza necessaria per generare altra carta ma può ancora essere impiegata come combustibile per la produzione di energia.

Il processo di recupero della carta prevede, dopo la raccolta e lo stoccaggio, il selezionamento: la fibra viene separata dai materiali impuri presenti nella carta da macero.

La prima parte della selezione viene eseguita con processi automatizzati: viene fatta scorrere sopra un nastro trasportatore e viene divisa per tipologia: più la selezione è definita, più il prodotto che ne deriva è di qualità. Successivamente, la carta viene pressata e legata in balle che vengono inviate alle cartiere dove avviene fisicamente la trasformazione in carta nuova.

La carta viene sminuzzata e sbiancata per eliminare gli inchiostri, poi viene ridotta in poltiglia e mescolata con acqua calda: l’obiettivo è eliminare scorie e impurità per ottenere la pasta di cellulosa alla quale verrà aggiunta la cellulosa vergine.

Il riciclo si può definire concluso e la cellulosa è pronta per la fase finale che prevede stesura, disidratazione, passaggio attraverso i rulli e avvolgimento in bobine che vengono inviate alle cartotecniche, dove il prodotto viene perfezionato e reso fruibile per la vendita. Il riciclaggio abbatte i costi: per lavorare la carta, il prezzo a tonnellata è compreso fra i 64 e i 96 euro mentre per incenerire i rifiuti il prezzo oscilla dai 96 fino ai 192 euro. Il riciclaggio, oltre a salvaguardare l’ambiente, previene l’erosione del suolo e protegge le biodiversità.

Romana Maceri si occupa di smaltimento di imballaggi

Quali sono i diversi tipi di imballaggio

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Proteggere il cibo e le merci, soprattutto durante il trasporto, è da sempre una delle sfide degli uomini. Gli antichi romani, ad esempio, usavano giare ed anfore in terracotta per conservare cereali, olio e vino. Oggi, grazie a procedimenti produttivi sempre più avanzati e tecnologici, gli imballaggi sono sempre più evoluti. Ma gli imballaggi non sono tutti uguali.

Secondo la classificazione del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, si distinguono tre tipi di imballaggio: primario, secondario e terziario (per il trasporto).

Per imballaggio primario si intende il “primo rivestimento” che avvolge il singolo prodotto pronto al consumo. È il cosiddetto imballaggio per la vendita destinato esclusivamente al consumatore finale (il barattolo di alluminio, la busta di plastica dell’insalata, il contenitore del latte). Dal punto di vista sanitario, è l’imballaggio più importante perché protegge la merce e ne impedisce l’alterazione.

L’imballaggio secondario, detto anche multiplo, raggruppa un numero predefinito di prodotti. Di solito, si trova nel punto vendita e può essere rimosso senza alterare le caratteristiche del prodotto.

Questa tipologia di imballaggio facilita il rifornimento degli scaffali e viene “manipolata” sia dal venditore che dal consumatore (ad esempio una confezione da tre scatole di fagioli).

L’imballaggio terziario, a differenza delle altre due tipologie, non viene mai manipolato dai consumatori e si rivolge esclusivamente agli operatori addetti alla catena di distribuzione.
È l’imballaggio che facilita la logistica e il trasporto di un numero consistente di unità di vendita o di imballaggi secondari. Sono esempi di imballaggi terziari i bancali e i pallet. L’imballaggio terziario sfrutta macchinari specifici come reggiatrici, avvolgitrici e incappucciatrici.

I materiali degli imballaggi

Le diverse tipologie di imballaggio prevedono, naturalmente, l’utilizzo di materiali differenti (legno, plastica, vetro, acciaio, alluminio, carta) che hanno ognuno un particolare percorso di smaltimento. L’organo di riferimento per lo smaltimento dei rifiuti da imballaggio è il CONAI, il consorzio nazionale degli imballaggi nato nel 1997 sulla base del decreto Ronchi.

A ogni prodotto deve corrispondere un imballaggio adeguato e la legge pone restrizioni molto severe. Gli imballaggi alimentari, per esempio, devono essere realizzati con materiali che non rilasciano sostanze tossiche, specie se il prodotto è caldo, e devono garantire al prodotto una totale protezione sanitaria (impedire l’ingresso di microbi e resistere all’attacco di insetti e roditori).

I rifiuti da imballaggio e l’importanza del CONAI

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L’articolo 218 del Decreto Legislativo 3 aprile 2006 definisce imballaggio un prodotto composto da materiali di qualsiasi natura «adibito a contenere determinati merci, a proteggerle, a consentire la loro manipolazione e la loro consegna dal produttore al consumatore o all’utilizzatore”.

Tra le tipologie di rifiuti trattate da Romana Maceri, quella che riguarda gli imballaggi riveste un ruolo estremamente importante. Romana Maceri aderisce al CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi nato nel 1997 sulla base del Decreto Ronchi.

Si tratta di un consorzio privato e senza fini di lucro che assiste le aziende nel processo di raccolta, riciclo e smaltimento degli imballaggi. Al consorzio, nel corso degli anni, hanno aderito oltre 1 milione di imprese produttrici e utilizzatrici di imballaggi.

Il CONAI è attivo sulla prevenzione, sul recupero e sul riciclo dei sei materiali utilizzati per l’imballaggio e ha trasformato la gestione dei rifiuti da imballaggio in un sistema integrato ed efficiente con la creazione di un apposito consorzio per ogni tipologia di materiale: Ricrea (acciaio), Cial (alluminio), Comieco (carta), Rilegno (legno), Corepla (plastica) e Coreve (vetro).

Fino al 2012 non vi erano sistemi alternativi al CONAI e i soggetti produttori di imballaggi erano tenuti a iscriversi al consorzio più vicino, mentre adesso possono organizzarsi autonomamente con un proprio consorzio per la gestione dei propri rifiuti di imballaggio e inviare all’Osservatorio nazionale sui rifiuti un progetto alternativo richiedendone il riconoscimento.

Per ottenere il riconoscimento, i produttori di imballaggi devono dimostrare di avere pianificato un sistema di smaltimento efficace ed efficiente in grado di conseguire gli obiettivi minimi di recupero e riciclaggio.

Se il processo di smaltimento non dovesse esser ritenuto conforme, il produttore dovrà iscriversi obbligatoriamente ai consorzi legati alla galassia CONAI. Ogni consorzio facente parte del CONAI si relaziona agli enti locali per la gestione dei servizi di raccolta e per il ritiro.

Trasporto dei rifiuti: norme e adempimenti

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Il trasporto dei rifiuti è regolamentato dal Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, il testo di riferimento che definisce le norme in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinati.

Con l’entrata in vigore del SISTRI, il sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti, la modalità di esecuzione del trasporto si è complicata.

I soggetti obbligati ad aderire al SISTRI sono:

• produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi con più di 10 dipendenti inquadrati sotto forma di ente o impresa

• soggetti che effettuano attività di raccolta, trasporto, recupero o smaltimento dei rifiuti urbani nella Regione Campania

• gli enti o le imprese che raccolgono o trasportano rifiuti speciali pericolosi a titolo professionale

• gli enti o le imprese che effettuano operazioni di trattamento, recupero, smaltimento, commercio e intermediazione di rifiuti urbani e speciali pericolosi

• in caso di trasporto intermodale, i soggetti ai quali sono affidati i rifiuti speciali pericolosi in attesa successivo trasporto

• i comuni e le imprese di trasporto dei rifiuti urbani del territorio della Regione Campania.

Nel caso di produzione inaspettata di rifiuti pericolosi, il produttore è tenuto a comunicarla al SISTRI entro tre giorni lavorativi dall’accertamento della pericolosità dei rifiuti. Nella scheda “Area Movimentazione” del sistema SISTRI devono essere inserite inoltre tutte le tappe previste, le soste brevi (che non devono superare le 48 ore) e le soste tecniche all’interno di porti, scali ferroviari, interporti, impianti di terminalizzazione e scali merci per una durata complessiva di massimo sei giorni. Nel caso in cui il fermo dovesse protrarsi per un tempo superiore, il detentore del rifiuto ha l’obbligo di informare le autorità competenti.

Restano esclusi dall’obbligo di adesione al SISTRI i produttori di rifiuti non pericolosi, i produttori di rifiuti speciali pericolosi con meno di 10 dipendenti, gli enti e le imprese che effettuano attività di raccolta, trasporto e gestione di rifiuti non pericolosi e i raccoglitori o trasportatori di rifiuti urbani (ad eccezione della Campania). Fino al 31/12/2017, salvo ulteriori proroghe future, il trasporto dei rifiuti deve essere accompagnato sia dal formulario di identificazione del rifiuto (che conseguentemente deve essere annotato sul registro di carico e scarico) che dalla scheda SISTRI.

Chi non ha l’obbligo di adesione al SISTRI, deve comunque compilare il registro di carico e scarico e il formulario identificazione rifiuto su cui devono comparire: nome e indirizzo del produttore dei rifiuti, origine, tipologia e quantità del rifiuto, destino del rifiuto (recupero o smaltimento), data del trasporto, eventuale intermediario.

Come si smaltiscono i calcinacci

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I rifiuti costituiti da calcinacci appartengono alla categoria 17 dei codici CER (rifiuti delle operazioni di costruzione e demolizione compreso il terreno proveniente da siti contaminati). Il testo di riferimento che regola lo smaltimento è il Decreto Legislativo del 3 aprile 2006,n. 152 a cui si devono attenere cittadini e aziende che hanno la necessità di smaltire i loro rifiuti.

I calcinacci sono classificati come materiali inerti, ovvero materiali che non subiscono alcuna trasformazione fisica, chimica o biologica significativa. La Direttiva 1999/31/CE spiega che “i rifiuti inerti non si dissolvono, non bruciano né sono soggetti ad altre reazioni fisiche o chimiche, non sono biodegradabili e, in caso di contatto con altre materie, non producono effetti nocivi tali da provocare inquinamento ambientale o danno alla salute umana”. Appartengono a questa categoria calcinacci, macerie, residui da demolizione e anche le terre e le rocce da scavo, regolate dal Decreto Ministeriale n. 161 del 10 agosto 2012 e dall’articolo 41 BIS del Decreto Legislativo 69/2013.

L’importanza dell’analisi dei materiali

Il primo passo è la classificazione dei materiali, che devono essere analizzati in maniera approfondita: alcuni verranno riciclati (se la normativa lo prevede anche in loco), altri verranno trasportati nelle discariche. I calcinacci possono essere raggruppati nel luogo in cui sono prodotti, il cosiddetto deposito temporaneo: questi rifiuti speciali devono essere avviati al recupero o allo smaltimento a cadenza trimestrale o se superano i 20 metri cubi. La fase di analisi è cruciale ai fini dello smaltimento, perché i prodotti della demolizione possono contenere anche rifiuti speciali pericolosi che vanno raccolti in contenitori idonei e come i rifiuti speciali vanno smaltiti con cadenza trimestrale o se superano i 10 metri cubi.
L’Unione Europea ha definito alcuni parametri per stabilire in maniera inconfutabile la linea di confine fra i rifiuti inerti e non inerti. Il test che viene effettuato è la percolazione, un processo chimico che consente di quantificare la capacità intrinseca del rifiuto di rilasciare sostanze chimicamente attive in ambiente. Secondo la normativa europea, è necessario valutare solo la parte “liberabile” e non il contenuto nella sua interezza. Per i terreni, l’autorità competente può accettare un valore limite più elevato. Se i rifiuti sono mescolati con metallo, amianto, plastica o sostanze chimiche che aumentano il rischio di contaminazione devono essere smaltiti in una discarica differente.

Il processo

Nel corso degli anni, la demolizione tradizionale (ovvero l’invio indiscriminato in discarica) è stata sostituita dalla demolizione selettiva, che permette di riciclare parte dei materiali e dalla demolizione controllata, che consente di suddividere i rifiuti in tre sotto categorie: frammenti inerti derivanti da frantumazione, vagliatura e deferizzazione, materiale metallico (separato mediante separatori magnetici) e rifiuti cosiddetti leggeri (carta, legno, plastica). La lavorazione dei materiali inerti può avvenire attraverso gruppi mobili di frantumazione o impianti fissi di trattamento. Gli impianti mobili consentono soltanto la riduzione volumetrica, mentre gli impianti fissi consentono di ottenere rifiuti omogenei, controllati dal punto di vista granulometrico e privi di sostanze pericolose. Al termine di questo processo, i materiali che non possono essere riciclati o impiegati nel cantiere di produzione vengono inviati alle discariche per lo smaltimento.

Lo stoccaggio dei rifiuti sanitari infettivi

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La linea di demarcazione tra deposito temporaneo e preliminare è il confine lungo cui passa la configurazione del reato di stoccaggio illecito dei rifiuti. La durata del deposito è il discrimine principale, che diventa ancora più stringente quando si parla di rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo. In presenza di una normativa così delicata è bene affidarsi a professionisti del settore, per essere sicuri di non sbagliare.

Stoccaggio o deposito temporaneo?

La definizione del concetto di stoccaggio dei rifiuti, e del relativo reato di stoccaggio illecito, è legata a quella di deposito e in particolare alla distinzione tra preliminare e temporaneo. Nello specifico, lo stoccaggio è considerata un’attività di gestione dei rifiuti, capace di ricomprendere al suo interno sia il deposito preliminare (che riguarda materiali destinati allo smaltimento) che la messa a riserva (che riguarda materiali destinati al recupero). Il deposito preliminare può essere realizzato solo da soggetti e in luoghi autorizzati alla gestione dei rifiuti. In questo si differenzia nettamente dal deposito temporaneo, che invece precede l’inizio delle attività di gestione, non necessita di autorizzazioni ed è affidato allo stesso produttore dei rifiuti, presso i locali di produzione, con precisi limiti quantitativi e di tempo fissati dalla legge.

Leggi anche: La disciplina del deposito temporaneo dei rifiuti

E’ in questa differenziazione che,  per tutte le strutture sanitarie o comunque per tutte le attività che producono riifuti sanitari, si annida  il rischio di commettere un illecito.

Infatti, se i limiti imposti per il deposito temporaneo vengono superati questo si trasforma automaticamente in deposito preliminare (quindi stoccaggio) e, in assenza delle previste autorizzazioni, in uno stoccaggio abusivo di rifiuti. L’ipotesi configura un vero e proprio reato, punito con l’arresto da tre mesi ad un anno o con una sanzione amministrativa da 2.600 euro a 26.000 euro; tale sanzione può essere ridotta da a 15.500 euro per quantitativi non superiori a duecento litri o equivalenti.

Si tratta quindi di una questione delicata, su cui è bene farsi seguire da professionisti della gestione dei rifiuti. In questo modo si ha la certezza di rispettare tutte le prescrizioni e di non rischiare nulla, potendo continuare a lavorare in tranquillità.

La normativa specifica dei rifiuti sanitari infettivi

La materia si fa ancora più sensibile quando si è in presenza di particolari tipologie di rifiuti, come ad esempio quelli sanitari pericolosi a rischio infettivo. Rientrano nella categoria:

  • i rifiuti che provengono da ambienti di isolamento infettivo con rischio trasmissione infezione e da ambienti dove hanno soggiornato persone con malattie infettive;
  • tutti i rifiuti che sono contaminati da sangue visibile, liquidi corporei provenienti da pazienti con malattie infettive trasmissibili attraverso secrezioni;
  • rifiuti contenenti secrezioni e liquidi corporei di vario genere;
  • rifiuti da attività veterinaria contaminati da agenti patogeni.

Le conseguenze nocive per la salute connesse al tardivo smaltimento di questi materiali hanno spinto il legislatore a prevedere un limite temporale molto più stringente per l’ipotesi di deposito temporaneo. La normativa prevede espressamente che tale deposito  possa avere una durata massima di cinque giorni dal momento della chiusura del contenitore; tale termine è esteso a trenta giorni per quantitativi inferiore a 200 lt, nel rispetto dei requisiti di igiene e sicurezza e sotto la responsabilità del produttore. Oltre questa scadenza si verifica la situazione già descritta: il deposito temporaneo si trasforma in preliminare e, in assenza di autorizzazioni, in stoccaggio illecito.

MUD 2017, la scadenza si avvicina: cos’è e chi è obbligato a presentarlo

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Il 2 maggio scade il termine per la presentazione del MUD, Modello Unico di Dichiarazione Ambientale che certifica i rifiuti prodotti da un’attività nel corso dell’anno. Romana Maceri propone un breve vademecum che spiega di cosa si tratta, chi sono gli obbligati e come si presenta, per non sbagliare uno degli adempimenti burocratici più importanti del settore.

Cos’è il MUD?

MUD è l’acronimo per Modello Unico di Dichiarazione Ambientale. Indica l’adempimento annuale con cui ogni produttore di rifiuti comunica ufficialmente la quantità di materiali avviati allo smaltimento o al recupero, organizzati sulla base dei codici CER. Si tratta di un passaggio burocratico essenziale e delicato nel quadro complessivo della normativa sulla gestione dei rifiuti, a cui ogni artigiano, commerciante o imprenditore deve prestare la massima attenzione. La normativa indica in maniera puntuale i soggetti obbligati così come le scadenze e le modalità di presentazione; per essere certi di non sbagliare è bene farsi assistere da aziende specializzate nel settore, come Romana Maceri.

Chi è obbligato a presentarlo?

Non tutte le attività produttive sono obbligate alla presentazione del MUD. Sicuramente il MUD deve essere compilato da enti ed imprese che producono rifiuti pericolosi, a prescindere dal numero di dipendenti.

Per quanto riguarda i rifiuti non pericolosi, invece, l’obbligo del MUD sussiste solo per enti ed imprese che svolgono attività industriale o artigianale e che hanno più di 10 dipendenti. Sono invece completamente esonerate, sia per i rifiuti pericolosi che per quelli non pericolosi, le imprese agricole e le attività non inquadrate sotto forma di enti o imprese (es: ditte individuali, studi dentistici, ecc).

Come deve essere trasmesso ed entro quando?

La legge prevede due possibili forme di invio del MUD: cartacea e telematica.

Il MUD cartaceo (detto anche semplificato), inviato mediante raccomandata A/R, è appannaggio delle attività che, nel corso dell’anno, hanno prodotto al massimo 7 tipologie di rifiuti, affidandosi a non più di 3 trasportatori e 3 impianti di conferimento. La modalità telematica, invece, si applica, in via residuale, a tutti gli altri obbligati.

Il termine ultimo per la presentazione della dichiarazione è il 2 maggio 2017 (visto che il 30 aprile, data originaria, è un giorno festivo). La scadenza è tassativa, il ritardo comporta sanzioni amministrative.

La differenza fra rifiuti pericolosi e non pericolosi: il caso dei codici CER speculari

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Alcuni rifiuti possono essere pericolosi o non pericolosi, a seconda del processo produttivo che li ha generati. La corretta identificazione è un momento cruciale nell’iter di gestione degli stessi e la legge ne affida la responsabilità al produttore.

La struttura del Catalogo Europeo dei Rifiuti: come identificare il corretto codice CER

La distinzione fra rifiuti pericolosi e non pericolosi non è sempre immediata. Un’errata identificazione può dar luogo a sanzioni a carico del produttore. Il momento dell’assegnazione ad un rifiuto del relativo codice CER è una tappa fondamentale dell’iter di gestione dei rifiuti, perché influenza tutte le scelte successive.

Il Catalogo Europeo dei Rifiuti, così come definito dalla Decisione 2000/532/CE, è il documento che stabilisce i criteri di classificazione dei rifiuti, associando a ciascuno un codice numerico identificativo (CER). Ogni artigiano, commerciante o imprenditore ha la responsabilità di attribuire agli scarti della sua attività il corretto codice CER, per consentire l’avvio ad un adeguato processo di recupero o smaltimento.

Il codice CER si compone di 6 cifre. Le  prime due qualificano la “famiglia”, ovvero la tipologia di attività produttiva che ha generato il rifiuto. I successivi due numeri, invece, dettagliano all’interno della famiglia un’attività più specifica, mentre la terza coppia identifica proprio la sostanza di scarto e la sua consistenza fisica (polvere, liquido, solido). La procedura prevede che, in sede di classificazione, si controllino prima le famiglie da 1 a 12 e da 17 a 20, poi, in subordine, quelle da 13 a 15. Solo come ultima istanza si può far riferimento alla famiglia 16, detta dei rifiuti fuori specifica, che ha valenza residuale.

I codici speculari o codici specchio

In sede di identificazione del rifiuto una delle difficoltà che viene in rilievo è quella legata ai cosiddetti codici CER speculari (o codici specchio). In generale i rifiuti si dividono in pericolosi o non pericolosi. Secondo la legge, però, alcune sostanze possono ricadere alternativamente nell’una o nell’altra categoria. Questo significa che il medesimo rifiuto, proveniente dalla stessa attività produttiva, può essere classificato a volte come pericoloso, altre volte come non pericoloso. A fare la differenza è, ancora una volta, l’attività che lo ha generato. Alcuni processi, infatti, possono aumentare o diminuire la concentrazione di una determinata sostanza all’interno del rifiuto, o causa la presenza al suo interno di elementi contaminanti. E’ il caso, ad esempio, degli esausti da stampa (toner, cartucce, ecc), che possono essere inseriti tra i pericolosi o i non pericolosi solo a  seguito di analisi chimica in laboratorio.

In questo caso la corretta conoscenza del processo produttivo, sostenuta eventualmente dall’esecuzione di analisi, è fondamentale per non incappare in errori che possono dar luogo anche a conseguenze gravi. In particolare, la legge sanziona severamente l’eventuale “declassificazione”, ovvero la catalogazione come non pericoloso di un rifiuto che invece è pericoloso. Ecco perché è importante affidarsi a professionisti specializzati nella gestione dei rifiuti.

Come smaltire correttamente toner e cartucce della stampante

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Nella categoria degli esausti da stampa rientrano tutte le cartucce ed i toner utilizzati dalle diverse tipologie di stampanti. Vanno tenuti distinti dai RAEE e hanno una loro procedura di smaltimento che, nel caso di imprese o artigiani, deve essere seguita con attenzione se si vogliono evitare sanzioni.

Definizione e disciplina generale

Gli esausti da stampa sono una delle tipologie di rifiuti più diffusa tra quelli prodotti da artigiani e imprese, perché ogni attività  produttiva, piccola o grande che sia, ha in dotazione macchinari da ufficio come stampanti o fax. Nella categoria infatti rientrano i toner delle stampanti laser, le cartucce a getto di inchiostro, i vecchi nastri ad impatto e i rotoli ink film. Il decreto legislativo 152/06 li qualifica come rifiuti speciali, che a seconda delle sostanze contenute all’interno possono essere pericolosi o non pericolosi. Per classificare un esausto da stampa come rifiuto non pericoloso, è necessaria un’analisi clinica effettuata da un laboratorio.

I principi che regolano lo smaltimento degli esausti da stampa sono quelli generali che disciplinano la gestione dei rifiuti prodotti sul lavoro. Responsabile del processo è sempre e comunque il produttore del rifiuto, quindi l’artigiano o il titolare dell’azienda, che deve attribuire il corretto codice CER e affidarsi a soggetti autorizzati sia per il trasporto sia per lo smaltimento. Nella fase che intercorre tra la produzione e la raccolta possono essere conservati in deposito temporaneo, all’interno di appositi contenitori (ecobox), rispettando la normativa generale in materia. Infine, le formalità burocratiche da espletare sono: il Formulario di Identificazione del Rifiuto, e dove previsti il Registro di Carico e Scarico, il MUD e il Sistri.

Le sanzioni per eventuali violazioni sono piuttosto onerose: si va da un minimo di 1.032,00 euro a un massimo di 92.962,00 euro.

Falsi miti da sfatare

In materia di smaltimento di esausti da stampa persistono alcuni falsi miti che è opportuno sfatare:

  • non possono essere conferiti presso una discarica comunale: perché non sono rifiuti urbani ma speciali. La consegna presso un’isola ecologica, invece, è consentita solo ai privati cittadini non alle attività professionali;
  • non possono essere restituiti a chi vende cartucce: a meno che il rivenditore in questione non sia anche un soggetto autorizzato alla gestione dei rifiuti (eventualità molto rara);

non sono dei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche): stampante e toner sono due cose diverse e possono essere smaltiti insieme solo se costruiti in maniera tale da essere inseparabili (secondo un espresso chiarimento della Commissione Europea).

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