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marzo 2017

Lo stoccaggio dei rifiuti sanitari infettivi

By | Servizi e Normativa | No Comments

La linea di demarcazione tra deposito temporaneo e preliminare è il confine lungo cui passa la configurazione del reato di stoccaggio illecito dei rifiuti. La durata del deposito è il discrimine principale, che diventa ancora più stringente quando si parla di rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo. In presenza di una normativa così delicata è bene affidarsi a professionisti del settore, per essere sicuri di non sbagliare.

Stoccaggio o deposito temporaneo?

La definizione del concetto di stoccaggio dei rifiuti, e del relativo reato di stoccaggio illecito, è legata a quella di deposito e in particolare alla distinzione tra preliminare e temporaneo. Nello specifico, lo stoccaggio è considerata un’attività di gestione dei rifiuti, capace di ricomprendere al suo interno sia il deposito preliminare (che riguarda materiali destinati allo smaltimento) che la messa a riserva (che riguarda materiali destinati al recupero). Il deposito preliminare può essere realizzato solo da soggetti e in luoghi autorizzati alla gestione dei rifiuti. In questo si differenzia nettamente dal deposito temporaneo, che invece precede l’inizio delle attività di gestione, non necessita di autorizzazioni ed è affidato allo stesso produttore dei rifiuti, presso i locali di produzione, con precisi limiti quantitativi e di tempo fissati dalla legge.

Leggi anche: La disciplina del deposito temporaneo dei rifiuti

E’ in questa differenziazione che,  per tutte le strutture sanitarie o comunque per tutte le attività che producono riifuti sanitari, si annida  il rischio di commettere un illecito.

Infatti, se i limiti imposti per il deposito temporaneo vengono superati questo si trasforma automaticamente in deposito preliminare (quindi stoccaggio) e, in assenza delle previste autorizzazioni, in uno stoccaggio abusivo di rifiuti. L’ipotesi configura un vero e proprio reato, punito con l’arresto da tre mesi ad un anno o con una sanzione amministrativa da 2.600 euro a 26.000 euro; tale sanzione può essere ridotta da a 15.500 euro per quantitativi non superiori a duecento litri o equivalenti.

Si tratta quindi di una questione delicata, su cui è bene farsi seguire da professionisti della gestione dei rifiuti. In questo modo si ha la certezza di rispettare tutte le prescrizioni e di non rischiare nulla, potendo continuare a lavorare in tranquillità.

La normativa specifica dei rifiuti sanitari infettivi

La materia si fa ancora più sensibile quando si è in presenza di particolari tipologie di rifiuti, come ad esempio quelli sanitari pericolosi a rischio infettivo. Rientrano nella categoria:

  • i rifiuti che provengono da ambienti di isolamento infettivo con rischio trasmissione infezione e da ambienti dove hanno soggiornato persone con malattie infettive;
  • tutti i rifiuti che sono contaminati da sangue visibile, liquidi corporei provenienti da pazienti con malattie infettive trasmissibili attraverso secrezioni;
  • rifiuti contenenti secrezioni e liquidi corporei di vario genere;
  • rifiuti da attività veterinaria contaminati da agenti patogeni.

Le conseguenze nocive per la salute connesse al tardivo smaltimento di questi materiali hanno spinto il legislatore a prevedere un limite temporale molto più stringente per l’ipotesi di deposito temporaneo. La normativa prevede espressamente che tale deposito  possa avere una durata massima di cinque giorni dal momento della chiusura del contenitore; tale termine è esteso a trenta giorni per quantitativi inferiore a 200 lt, nel rispetto dei requisiti di igiene e sicurezza e sotto la responsabilità del produttore. Oltre questa scadenza si verifica la situazione già descritta: il deposito temporaneo si trasforma in preliminare e, in assenza di autorizzazioni, in stoccaggio illecito.

MUD 2017, la scadenza si avvicina: cos’è e chi è obbligato a presentarlo

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Il 2 maggio scade il termine per la presentazione del MUD, Modello Unico di Dichiarazione Ambientale che certifica i rifiuti prodotti da un’attività nel corso dell’anno. Romana Maceri propone un breve vademecum che spiega di cosa si tratta, chi sono gli obbligati e come si presenta, per non sbagliare uno degli adempimenti burocratici più importanti del settore.

Cos’è il MUD?

MUD è l’acronimo per Modello Unico di Dichiarazione Ambientale. Indica l’adempimento annuale con cui ogni produttore di rifiuti comunica ufficialmente la quantità di materiali avviati allo smaltimento o al recupero, organizzati sulla base dei codici CER. Si tratta di un passaggio burocratico essenziale e delicato nel quadro complessivo della normativa sulla gestione dei rifiuti, a cui ogni artigiano, commerciante o imprenditore deve prestare la massima attenzione. La normativa indica in maniera puntuale i soggetti obbligati così come le scadenze e le modalità di presentazione; per essere certi di non sbagliare è bene farsi assistere da aziende specializzate nel settore, come Romana Maceri.

Chi è obbligato a presentarlo?

Non tutte le attività produttive sono obbligate alla presentazione del MUD. Sicuramente il MUD deve essere compilato da enti ed imprese che producono rifiuti pericolosi, a prescindere dal numero di dipendenti.

Per quanto riguarda i rifiuti non pericolosi, invece, l’obbligo del MUD sussiste solo per enti ed imprese che svolgono attività industriale o artigianale e che hanno più di 10 dipendenti. Sono invece completamente esonerate, sia per i rifiuti pericolosi che per quelli non pericolosi, le imprese agricole e le attività non inquadrate sotto forma di enti o imprese (es: ditte individuali, studi dentistici, ecc).

Come deve essere trasmesso ed entro quando?

La legge prevede due possibili forme di invio del MUD: cartacea e telematica.

Il MUD cartaceo (detto anche semplificato), inviato mediante raccomandata A/R, è appannaggio delle attività che, nel corso dell’anno, hanno prodotto al massimo 7 tipologie di rifiuti, affidandosi a non più di 3 trasportatori e 3 impianti di conferimento. La modalità telematica, invece, si applica, in via residuale, a tutti gli altri obbligati.

Il termine ultimo per la presentazione della dichiarazione è il 2 maggio 2017 (visto che il 30 aprile, data originaria, è un giorno festivo). La scadenza è tassativa, il ritardo comporta sanzioni amministrative.

La differenza fra rifiuti pericolosi e non pericolosi: il caso dei codici CER speculari

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Alcuni rifiuti possono essere pericolosi o non pericolosi, a seconda del processo produttivo che li ha generati. La corretta identificazione è un momento cruciale nell’iter di gestione degli stessi e la legge ne affida la responsabilità al produttore.

La struttura del Catalogo Europeo dei Rifiuti: come identificare il corretto codice CER

La distinzione fra rifiuti pericolosi e non pericolosi non è sempre immediata. Un’errata identificazione può dar luogo a sanzioni a carico del produttore. Il momento dell’assegnazione ad un rifiuto del relativo codice CER è una tappa fondamentale dell’iter di gestione dei rifiuti, perché influenza tutte le scelte successive.

Il Catalogo Europeo dei Rifiuti, così come definito dalla Decisione 2000/532/CE, è il documento che stabilisce i criteri di classificazione dei rifiuti, associando a ciascuno un codice numerico identificativo (CER). Ogni artigiano, commerciante o imprenditore ha la responsabilità di attribuire agli scarti della sua attività il corretto codice CER, per consentire l’avvio ad un adeguato processo di recupero o smaltimento.

Il codice CER si compone di 6 cifre. Le  prime due qualificano la “famiglia”, ovvero la tipologia di attività produttiva che ha generato il rifiuto. I successivi due numeri, invece, dettagliano all’interno della famiglia un’attività più specifica, mentre la terza coppia identifica proprio la sostanza di scarto e la sua consistenza fisica (polvere, liquido, solido). La procedura prevede che, in sede di classificazione, si controllino prima le famiglie da 1 a 12 e da 17 a 20, poi, in subordine, quelle da 13 a 15. Solo come ultima istanza si può far riferimento alla famiglia 16, detta dei rifiuti fuori specifica, che ha valenza residuale.

I codici speculari o codici specchio

In sede di identificazione del rifiuto una delle difficoltà che viene in rilievo è quella legata ai cosiddetti codici CER speculari (o codici specchio). In generale i rifiuti si dividono in pericolosi o non pericolosi. Secondo la legge, però, alcune sostanze possono ricadere alternativamente nell’una o nell’altra categoria. Questo significa che il medesimo rifiuto, proveniente dalla stessa attività produttiva, può essere classificato a volte come pericoloso, altre volte come non pericoloso. A fare la differenza è, ancora una volta, l’attività che lo ha generato. Alcuni processi, infatti, possono aumentare o diminuire la concentrazione di una determinata sostanza all’interno del rifiuto, o causa la presenza al suo interno di elementi contaminanti. E’ il caso, ad esempio, degli esausti da stampa (toner, cartucce, ecc), che possono essere inseriti tra i pericolosi o i non pericolosi solo a  seguito di analisi chimica in laboratorio.

In questo caso la corretta conoscenza del processo produttivo, sostenuta eventualmente dall’esecuzione di analisi, è fondamentale per non incappare in errori che possono dar luogo anche a conseguenze gravi. In particolare, la legge sanziona severamente l’eventuale “declassificazione”, ovvero la catalogazione come non pericoloso di un rifiuto che invece è pericoloso. Ecco perché è importante affidarsi a professionisti specializzati nella gestione dei rifiuti.

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